sabato 19 novembre 2016

Papa Francesco nomina i nuovi Cardinali nel Concistoro



«Accipite biretum rubrum, cardinalatus dignitatis insigne, per quod significatur usque ad sanguinis effusionem...». Questa mattina nella basilica di San Pietro Papa Francesco tiene il suo terzo concistoro per la creazione di nuovi cardinali e consegna a ciascuno la berretta color porpora, segno della disponibilità a versare il sangue «per la fede cristiana e per la pace del popolo di Dio». I nuovi cardinali, i cui nomi sono stati annunciati da Bergoglio all'Angelus di domenica 9 ottobre, sono diciassette, tredici con meno di ottant'anni e dunque elettori in un eventuale conclave, più quattro ultraottantenni.

Sono l'italiano
Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria - che apre la lista;
Diaconia Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fuori Porta Cavalleggeri

Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui (Repubblica Centrafricana);
Titolo Sant’Andrea della Valle

Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid (Spagna);
Titolo Santa Maria in Trastevere
Sérgio Da Rocha, arcivescovo di Brasilia (Brasile);
Titolo Santa Croce in via Flaminia
Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago (USA);
Titolo San Bartolomeo all’Isola
Patrick D'Rozario, arcivescovo di Dhaka (Bangladesh),
Titolo Nostra Signora del SS. Sacramento e Santi Martiri Canadesi
Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida (Venezuela);
Titolo Santi Giovanni Evangelista e Petronio
Jozef De Kesel, arcivescovo di Malines-Bruxelles (Belgio);
Titolo Santi Giovanni e Paolo
Maurice Piat, vescovo di Port-Louis (Isole Mauritius);
Titolo Santa Teresa al Corso d’Italia
Kevin Joseph Farrell, Prefetto del dicastero per i laici e la famiglia (USA);
Diaconia San Giuliano Martire
Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Tlalnepantla (Messico);
Titolo Santi Fabiano e Venanzio a Villa Fiorelli
John Ribat, arcivescovo di Port Moresby (Papua Nuova Guinea);
Titolo San Giovanni Battista de’ Rossi
Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark (USA);
Titolo Santa Maria delle Grazie a Via Trionfale
Antony Soter Fernandez, arcivescovo emerito di Kuala Lumpur (Malesia);
Titolo Sant’Alberto Magno
Renato Corti, vescovo emerito di Novara (Italia);
Titolo San Giovanni a Porta Latina
Sebastian Koto Khoarai, vescovo emerito di Mohale's Hoek (Leshoto);
Titolo San Leonardo da Porto Maurizio ad Acilia
don Ernest Simoni, prete della diocesi di Shkodrë-Pult (Albania).
Diaconia Santa Maria della Scala

venerdì 2 settembre 2016

Frasi di madre Teresa, Santa domenica 4 settembre 2016

Se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle.

Quanto meno abbiamo, più diamo. Sembra assurdo, però questa è la logica dell’amore.

Il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri.

Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.


Il giorno più bello? Oggi
L’ostacolo più grande? La paura
La cosa più facile? Sbagliarsi
L’errore più grande Rinunciare
La radice di tutti i mali? L’egoismo
La distrazione migliore? Il lavoro
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento
I migliori professionisti? I bambini
Il primo bisogno? Comunicare
La felicità più grande? Essere utili agli altri
Il mistero più grande? La morte
Il difetto peggiore? Il malumore
La persona più pericolosa? Quella che mente
Il sentimento più brutto? Il rancore
Il regalo più bello? Il perdono
Quello indispensabile? La famiglia
La rotta migliore? La via giusta
La sensazione più piacevole? La pace interiore
L’accoglienza migliore? Il sorriso
La miglior medicina? L’ottimismo
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto
La forza più grande? La fede
La cosa più bella del mondo? L’amore.

Cosa puoi fare per promuovere la pace nel mondo? Vai a casa e ama la tua famiglia.

Qual è la peggiore sconfitta? Scoraggiarsi!
Quali sono i migliori insegnanti? I bambini!

Io posso fare cose che non tu non puoi, tu puoi fare cose che io non posso. Insieme possiamo fare grandi cose.

Ama la vita e amala seppure non ti da ciò che potrebbe, amala anche se non è come tu la vorresti, amala quando nasci e ogni volta che stai per morire. Non amare mai senza amore, non vivere mai senza vita.

Non dobbiamo permettere a nessuno di allontanarsi dalla nostra presenza, senza sentirsi migliore e più felice.

La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è una ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è una promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, vivila.
La vita è una gioia, gustala.
La vita è una croce, abbracciala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è pace, costruiscila.
La vita è felicità, meritala.
La vita è vita, difendila.

Non possiamo parlare finché non ascoltiamo. Quando avremo il cuore colmo, la bocca parlerà, la mente penserà.

La gioia è assai contagiosa. Cercate, perciò, di essere sempre traboccanti di gioia dovunque andiate.


Trova il tempo..
Trova il tempo di pensare.
Trova il tempo di pregare.
Trova il tempo di ridere. È la fonte del potere. È il più grande potere sulla Terra. È la musica dell’anima.
Trova il tempo per giocare.
Trova il tempo per amare ed essere amato.
Trova il tempo di dare È il segreto dell’eterna giovinezza È il privilegio dato da Dio La giornata è troppo corta per essere egoisti.
Trova il tempo di leggere.
Trova il tempo di essere amico.
Trova il tempo di lavorare E’ la fonte della saggezza. E’ la strada della felicità. E’ il prezzo del successo.
Trova il tempo di fare la carità E’ la chiave del Paradiso.
(Iscrizione trovata sul muro della Casa dei Bambini di Calcutta.)

Prometti a te stesso di parlare di bontà, bellezza, amore a ogni persona che incontri; di far sentire a tutti i tuoi amici che c’è qualcosa di grande in loro; di guardare al lato bello di ogni cosa e di lottare perché il tuo ottimismo diventi realtà.

Non capiremo mai abbastanza quanto bene è capace di fare un sorriso.

Non so come sarà il cielo, ma so che quando si muore e arriva il momento in cui Dio ci giudicherà, lui non chiederà, “Quante cose buone hai fatto nella tua vita?”, e piuttosto chiederà, “Quanto amore hai messo in quello che hai fatto?”

Se non abbiamo pace, è perché abbiamo dimenticato che apparteniamo gli uni agli altri.

L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico
NON IMPORTA, AMALO
Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici
NON IMPORTA, FA’ IL BENE
Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici
NON IMPORTA, REALIZZALI
Il bene che fai verrà domani dimenticato
NON IMPORTA, FA’ IL BENE
L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile
NON IMPORTA, SII FRANCO ED ONESTO
Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo
NON IMPORTA, COSTRUISCI
Se aiuti la gente, se ne risentirà
NON IMPORTA, AIUTALA
Da al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci
NON IMPORTA, DA IL MEGLIO DI TE.

Sono come una piccola matita
nelle Sue mani, nient’altro.
È Lui che pensa.
È Lui che scrive.
La matita non ha nulla
a che fare con tutto questo.
La matita deve solo
poter essere usata.

Ieri non è più, domani non è ancora. Non abbiamo che il giorno d’oggi. Cominciamo.

Quando ho fame, mandami qualcuno da sfamare. E quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di bere. Quando ho freddo, mandami qualcuno da scaldare. E quando sono triste, mandami qualcuno a cui dare conforto.

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che é importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un`altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite… insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone. Però non trattenerti mai!

L’amore, per essere vero, deve costar fatica, deve far male, deve svuotarci del nostro io.

Non esiste povertà peggiore che non avere amore da dare.

Il vero amore deve far sempre male. Deve essere doloroso amare qualcuno, doloroso lasciare qualcuno. Potresti dover morire per lui. Quando ci si sposa si rinuncia a ogni cosa per amarsi reciprocamente. La madre dà la vita a suo figlio e soffre molto. Solo allora si ama sinceramente. La parola amore è così mal interpretata e abusata.

Mai viaggiare più veloce di quanto il tuo angelo custode possa volare.

Una vita non vissuta per gli altri non è una vita.

È necessaria l’infelicità per capire la gioia,
il dubbio per capire la verità,
la morte per comprendere la vita.
Perciò affronta e abbraccia la tristezza quando viene.

Questi sono i modi con cui possiamo mettere in pratica l’umiltà:
parlare il meno possibile di noi stessi;
rifiutare di immischiarci negli affari degli altri;
evitare la curiosità;
accettare allegramente le contraddizioni e le correzioni; passare sopra agli errori altrui;
accettare insulti e offese;
accettare di venir disprezzati, dimenticati e non amati; non cercare di essere particolarmente prediletti e ammirati;
rispondere con gentilezza anche se provocati;
non calpestare mai la dignità di nessuno;
cedere alla discussione, anche se si ha ragione;
scegliere sempre ciò che è più difficile.

Non aspettare di finire l’ università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti di avere dei figli e di vederli sistemati, di perdere dieci chili… che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina, la primavera, l’ estate, l’ autunno o l’ inverno.. non c’è momento migliore di questo per essere felice. Donati interamente a Dio. Egli si servirà di te per compiere grandi cose a condizione che tu creda più nel suo amore che nella tua fragilità.

Le persone sono irrealistiche, illogiche ed egocentriche. Le amo comunque.

Parla loro con tenerezza. Lascia che ci sia gentilezza sul tuo volto, nei tuoi occhi, nel tuo sorriso, nel calore del nostro saluto. Abbi sempre un sorriso allegro. Non dare solo le tue cure, ma dai anche il tuo cuore.

Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore.

Amare deve essere naturale, come respirare.

Essere non amati, non voluti, dimenticati. È questa la grande povertà, peggio di non avere niente da mangiare.

L’amore è l’unica risposta alla solitudine.

L’orgoglio annienta ogni cosa

La lebbra del mondo occidentale è la solitudine.

Io so che Dio non mi dà nulla che non possa gestire. Spero solo che non si fidi troppo di me.

Sappiamo che se vogliamo amare veramente,dobbiamo imparare a perdonare.
Perdonate e chiedete di essere perdonati;
scusate invece di accusare.
La riconciliazione avviene per prima cosa in noi stessi, non con gli altri.
Inizia da un cuore puro.

Anche se non apro bocca, posso parlarvi con gli occhi per una mezz’ora buona.. Guardandovi negli occhi posso dire se nel vostro cuore C’è pace oppure no. Ci sono persone che irradiano gioia, e nei loro occhi si vede la purezza. E vogliamo la calma della mente, osserviamo il silenzio degli occhi. Usate i vostri occhi per pregare meglio.

La strada più veloce e sicura verso la gentilezza è la parola: usatela per far del bene agli altri. Se pensate bene degli altri, parlerete anche bene, degli altri. La violenza della parola è reale: più acuminata di qualsiasi coltello, ferisce e crea un’amarezza tale che solo la grazia di Dio può giudicare.

Più ci saranno gocce d’acqua pulita, più il mondo risplenderà di bellezza.

Non è tanto quello che facciamo, ma quanto amore mettiamo nel farlo. Non è tanto quello che diamo, ma quando amore mettiamo nel dare.

Non si è nudi solo per la mancanza di vestiti, la nudità è la perdita della dignità umana, la perdita della meravigliosa virtù della purezza, così bistrattata ai nostri giorni.

E’ necessario che comprendiamo i poveri, perchè non esiste solo la povertà materiale, ma anche la povertà spirituale, più dura e profonda, che si annida anche nel cuore degli uomini colmi di ricchezze.

Non guardo le masse, ma le singole persone. Se guardassi le masse non inizierei mai.

Abbiamo il potere di essere in Paradiso già da ora, di essere felici con Lui in questo momento, se amiamo come lui ci ama, se aiutiamo come Lui ci aiuta, se doniamo come Egli dona, se serviamo come Egli serve…

La fame d’amore è molto più difficile da rimuovere che la fame di pane.

Uno delle più grandi malattie del nostro tempo è quello di essere nessuno per nessuno.

L’aborto è il più grande distruttore della pace perché, se una madre può uccidere il suo stesso figlio, cosa impedisce che io uccida te e tu uccida me? Non c’è più nessun ostacolo.

Credo che nessuno di noi conosca la fame, ma un giorno me la insegnò una bambina. La trovai per strada, mi accorsi che aveva fame e le diedi un pezzo di pane, ma lei ne mangiava una briciola per volta. Io le dissi di mangiarlo serenamente, ma lei mi rispose: ‘ho paura, perché quando finirà io avrò di nuovo fame.

Non accontentiamoci di dare solo del denaro. Il denaro non è sufficiente. Vorrei che ci fossero più persone ad offrire le loro mani per servire ed i loro cuori per amare.

Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa.

Preferirei fare errori nella gentilezza e nella compassione che i miracoli nella cattiveria e durezza.

Le parole gentili possono essere brevi e facili da pronunciare, ma il loro eco è davvero infinito.

Oggi la gente ha fame d’amore, ha fame di comprendere l’amore più grande che è l’unica risposta alla solitudine e all’estrema miseria. Ecco perché possiamo andare nei paesi ricchi dove nessuno ha fame di pane e vedere la gente che soffre in maniera terribile per la solitudine, la disperazione, l’impotenza, la mancanza di prospettive.

Non è abbastanza dire: «Io amo Dio». Io devo amare anche il mio prossimo. Nelle Scritture San Giovanni dice che è bugiardo colui che dice di amare Dio ma non ama il suo prossimo. Come si può amare Dio, che non si vede, se non si ama il proprio prossimo che si vede, che si tocca, con il quale si vive? E usa una parola molto grossa, «bugiardo». È una di quelle parole che spaventa quando le si legge, eppure è proprio la verità.

La fede che passa all’azione diventa amore, e l’amore che si trasforma in azione diventa servizio.

La gioia è molto contagiosa; quindi, siate sempre pieni di gioia.

Il frutto del silenzio è la preghiera
Il frutto della preghiera è la fede
Il frutto della fede è l’amore
Il frutto dell’amore è il servizio
Il frutto del servizio è la pace.

Non preoccuparti di numeri. Aiuta una persona alla volta e inizia sempre con la persona più vicina a te.

L’amore è un frutto che matura in ogni stagione ed è sempre alla portata di ogni mano.

Cercare di infondere nei cuori dei vostri figli l’amore per la casa. Fate in modo che desiderino ardentemente stare con la propria famiglia. Molti peccati si potrebbero evitare se la nostra gente amasse davvero la propria casa.

Le nostre anime devono essere come un cristallo trasparente attraverso il quale si può scorgere Dio.

La perdita di un certo pudore e la perdita della purezza sono le cause profonde della decadenza del mondo.

Se non avete esperienza, chiedete. Non c’è nessuna vergogna nel chiedere, ma non pretendete di conoscere ciò che non conoscete.

Spesso si vedono fili elettrici, piccoli o grossi, nuovi e vecchi, dei cavi costosi e a buon mercato; da soli sono inutili e, finchè non passa la corrente non si ha luce. Il filo siamo noi, la corrente è Dio. Noi abbiamo la possibilità di permettere alla corrente di passare attraverso di noi e di utilizzarci per produrre la luce nel mondo, oppure possiamo rifiutare di essere usati e consentire così alle tenebre di diffondersi.

Quando una persona ti ferisce, non irritarti, ma pensa solo che dietro quel comportamento c’è una incapacità di amare, dovuta alla presenza di una ferita, di una mancanza d’amore, così perdonerai e pregherai per quella persona senza portare rancore.

Dovreste conoscere quello che vuole dire povertà, forse la nostra gente ha molti beni materiali, forse ha tutto, ma credo che se guardiamo nelle nostre case, vediamo quanto è difficile talvolta trovare un sorriso e un sorriso è il principio dell’amore. Allora incontriamoci con un sorriso perché il sorriso è il principio dell’amore e una volta che abbiamo cominciato l’un l’altro ad amarci, diviene naturale fare qualcosa per gli altri

Morire è tornare a casa; eppure la gente ha paura di quello che può capitare, e allora non vogliono morire. Se nella morte non si vede alcun mistero, allora non si ha paura di morire. C’è però anche il dubbio di coscienza: «Forse avrei potuto fare meglio». Quasi sempre, si muore come si è vissuto. La morte altro non è che continuazione della vita, completamento della vita. È il corpo umano che si arrende. Ma il cuore e l’anima vivono per sempre. Non muoiono. Ogni religione crede nell’eternità, in un’altra vita. Questa vita non ha una fine definitiva: quelli che credono che la vita finisca per sempre temono la morte. Se a questa gente si spiegasse bene che la morte altro non è che tornare nella casa di Dio, non ci sarebbe più paura della morte.

L’amore non vive di parole, né può essere spiegato a parole.

Quando tu non hai niente, allora tu hai tutto.

Ognuno di questi poveri è Gesù sotto mentite spoglie.

La gioia è una rete di amore in cui si possono prendere le anime.

La più grande scienza nel mondo, in cielo e in terra, è l’amore.

La gioia profonda del cuore è come una calamita che indica il percorso della vita.

Non possiamo fare grandi cose su questa Terra, solo piccole cose con grande amore.

La santità non consiste nel fare cose straordinarie. Essa consiste nell’accettare, con un sorriso, quello che Gesù ci manda. Essa consiste nell’accettare e seguire la volontà di Dio.

Nel mondo le persone possono apparire diverse o avere una religione, un’istruzione o una posizione diverse, ma sono tutte uguali. Sono persone da amare, hanno tutte fame d’amore. La gente che vedete per le strade di Calcutta ha fame nel corpo, ma anche quella che vedete a Londra o a New York ha una fame che deve essere soddisfatta, Ogni persona ha bisogno di essere amata.

Se avrete occhi per vedere, troverete Calcutta in tutto il mondo. Le strade di Calcutta conducono alla porta di ogni uomo. So che magari vorreste fare un viaggio a Calcutta, ma è più facile amare le persone lontane. Non è sempre facile amare le persone che ci vivono accanto.

da aforisticamente.com

venerdì 26 agosto 2016

Papa Luciani e Francesco, la via della misericordia


Nel pomeriggio del 26 agosto 1978 il cardinale patriarca di Venezia Albino Luciani veniva eletto Papa dopo un conclave lampo. Trentotto anni dopo il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin inaugura il Museo Papa Luciani a Canale d'Agordo, donando gli occhiali che Giovanni Paolo I indossava nel momento della morte, che suor Vincenza, la religiosa che accudiva il Pontefice veneto, aveva donato all'ex segretario di Luciani a Vittorio Veneto, don Francesco Taffarel e da quest'ultimo erano stati affidati alla postulazione della causa di beatificazione.

Per comprendere l'attualità del magistero di Papa Luciani, in questo Giubileo della misericordia, può valer la pena rileggere le pagine che Francesco dedica al suo predecessore nel libro «Il nome di Dio è misericordia», citandolo più volte. La prima in riferimento alla misericordia in confessionale, a proposito della figura di san Leopoldo Mandi?.

«Ho letto un’omelia dell’allora cardinale Albino Luciani su padre Leopoldo Mandi?, appena proclamato beato da Paolo VI - afferma Papa Bergoglio - Aveva descritto qualcosa che si avvicina molto a quanto ho appena raccontato: "Ecco, peccatori siamo tutti – diceva Luciani in quella occasione – lo sapeva benissimo il padre Leopoldo. Bisogna prendere atto di questa nostra triste realtà. Nessuno può a lungo evitare le mancanze piccole o grandi. 'Però', come diceva san Francesco di Sales, 'se tu hai l’asinello, e per strada ti casca sul selciato, cosa devi fare? Mica vai là col bastone a spianargli le costole, poveretto, è già abbastanza sfortunato. Bisogna che tu lo prenda per la cavezza e dica: Su, riprendiamo la strada. Adesso riprendiamo il cammino, farai più attenzione un’altra volta'. Questo è il sistema e padre Leopoldo questo sistema l’ha applicato in pieno. Un sacerdote, mio amico, che andava a confessarsi da lui, ha detto: Padre, lei è troppo largo. Io mi confesso volentieri da lei, ma mi pare che sia troppo largo. E padre Leopoldo: Ma chi è stato largo, figlio mio? È stato il Signore a essere largo; mica io sono morto per i peccati, è il Signore che è morto per i peccati. Più largo di così con il ladrone, con gli altri come poteva essere!". Questa l’omelia dell’allora cardinal Luciani su Leopoldo Mandi?, poi proclamato santo da Giovanni Paolo II».

Una seconda citazione Francesco l'ha dedicata nelle pagine in cui parla del suo sentirsi peccatore. «E che dire dell’omelia con cui Albino Luciani iniziava il suo episcopato a Vittorio Veneto, dicendo che la scelta era ricaduta su di lui perché certe cose, invece di scriverle sul bronzo o sul marmo, il Signore preferiva scriverle sulla polvere: così, se la scrittura fosse restata, sarebbe stato chiaro che il merito era tutto e solo di Dio. Lui, il vescovo, il futuro Papa Giovanni Paolo I, si definiva "la polvere". Devo dire che quando parlo di questo - aggiungeva Francesco - penso sempre a ciò che Pietro ha detto a Gesù la domenica della sua resurrezione, quando lo ha incontrato da solo. Un incontro a cui accenna l’evangelista Luca (24, 34). Che cosa avrà detto Simone al Messia appena risorto dal sepolcro? Gli avrà detto che si sentiva un peccatore? Avrà pensato al rinnegamento, a quanto accaduto pochi giorni prima, quando per tre volte aveva finto di non conoscerlo, nel cortile della casa del Sommo Sacerdote. Avrà pensato al suo pianto amaro e pubblico. Se Pietro ha fatto questo, e se i Vangeli ci descrivono il suo peccato, il suo rinnegamento, e se nonostante tutto ciò Gesù gli ha detto "Pasci le mie pecorelle" (Vangelo di Giovanni 21, 16), non credo che ci si debba meravigliare se anche i suoi successori descrivono se stessi come "peccatori". Non è una novità. Il Papa è un uomo che ha bisogno della misericordia di Dio».

Una terza citazione di Luciani, Papa Francesco l'ha fatta commentando la parabola del Figliol Prodigo (oggi chiamata del Padre Misericordioso). «Dio è un padre premuroso, attento, pronto ad accogliere qualsiasi persona che muova un passo o che abbia il desiderio di muovere un passo verso casa - ha detto Francesco - Lui è lì a scrutare l’orizzonte, ci attende, ci sta già aspettando. Nessun peccato umano per quanto grave può prevalere sulla misericordia o limitarla. Vescovo di Vittorio Veneto da qualche anno, Albino Luciani tenne degli esercizi ai sacerdoti e commentando la Parabola del "figliol prodigo" disse a proposito del Padre: "Lui aspetta. Sempre. E non è mai troppo tardi. È così, è fatto così... è Padre. Un padre che aspetta sulla porta. Che ci scorge quando ancora siamo lontano, e s’intenerisce, e correndo viene a gettarsi al nostro collo e a baciarci teneramente... Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello che gli possiamo regalare per procurargli la consolazione di perdonare... Si fa i signori, quando si regalano gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciar vincere Dio!"».

Infine, Francesco ha ricordato una quarta e una quinta volta le parole del predecessore. «Quando uno si sente un po’ più sicuro, inizia a impossessarsi di facoltà che non sono sue, ma del Signore. Lo stupore comincia a degradarsi, e questo è alla base del clericalismo o dell’atteggiamento di coloro che si sentono puri. L’adesione formale alle regole, ai nostri schemi mentali - ha detto Papa Bergoglio - prevale. Lo stupore degrada, crediamo di poter fare da soli, di essere noi i protagonisti. E se uno è un ministro di Dio, finisce per credersi separato dal popolo, padrone della dottrina, titolare di un potere, chiuso alle sorprese di Dio. La "degradazione dello stupore" è un’espressione che a me dice tanto. A volte mi sono sorpreso a pensare che ad alcune persone tanto rigide farebbe bene una scivolata, perché così, riconoscendosi peccatori, incontrerebbero Gesù. Mi tornano alla mente le parole del servo di Dio Giovanni Paolo I, che durante un’udienza del mercoledì disse: "Il Signore ama tanto l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo che si sono pentiti, restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi angeli, quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi". E pochi giorni dopo, in un’altra occasione, lo stesso Papa Luciani aveva ricordato che san Francesco di Sales parlava delle "nostre care imperfezioni": "Dio detesta le mancanze, perché sono mancanze. D’altra parte, però, in un certo senso, ama le mancanze in quanto danno l’occasione a Lui di mostrare la sua misericordia e a noi di restare umili e di capire e di compatire le mancanze del prossimo"». vaticaninsider La Stampa

venerdì 1 luglio 2016

Papa Francesco incontra Virginia Raggi


L'udienza privata è durata circa 20 minuti. La prima cittadina si è presentata con i genitori e il figlio di sei anni. "Colpita dalla profonda umanità del pontefice". In un'intervista a Radio vaticana: "Seguire in principi dell'Enciclica Laudato si' per risolvere il problema dei rifiuti". Sulle Olimpiadi: "Valuteremo referendum"

Primo incontro tra Papa Francesco e la neo sindaca di Roma. Virginia Raggi è arrivata in Vaticano accompagnata dai genitori e dal figlio di sei anni. L’udienza privata è durata circa 20 minuti. “E’ andata bene. Abbiamo parlato, è una persona di una umanità profonda”, ha detto la prima cittadina che poi ha pubblicato su Twitter una foto che la ritrae mentre stringe la mano a Bergoglio.

“Una grande emozione. Colpita dalla sua profonda umanità. Grazie”.


La sindaca Cinque stelle ha voluto omaggiare il pontefice con “La voce della Roma dimenticata”. Una video raccolta di messaggi, appelli, inviti e testimonianze delle periferie più in difficoltà della Capitale, che la Raggi ha mostrato a Bergoglio dal suo tablet. Da Ostia a Corviale, passando per San Basilio e Tor Bella Monaca, decine di romani hanno rivolto un proprio pensiero al Santo Padre augurandogli di “andare avanti con quanto sta facendo”. “Questo è stato il nostro pensiero – ha scritto la Raggi su Facebook – farci testimoni di quelle voci, con l’auspicio che questo cammino comune rappresenti un sostegno soprattutto per quella parte di città abbandonata, che vuole e deve, tornare a farsi sentire”.


“Il riscatto morale e spirituale di Roma è importante per la politica – ha detto dopo l’udienza la Raggi in un’intervista a Radio vaticana – ancora di più dopo tutti i tragici e spregevoli eventi che vanno sotto il nome di Mafia Capitale ma che in realtà poi coinvolgono tanti anni di cattiva politica. E’ necessario che i romani, le persone, i cittadini, capiscano che c’è qualcosa che va aldilà del proprio bene: il bene comune, l’interesse generale; è qualcosa che supera il particolarismo e l’egoismo. Credo che noi abbiamo il dovere di riportare questi valori di comunità all’interno di un’amministrazione e di tutte le istituzioni”.

La neo sindaca ha poi parlato dei rapporti tra la capitale e il Vaticano e sul pontificato di Francesco. “La Chiesa ha sicuramente un ruolo importantissimo in tutta Italia, ma a Roma in particolare anche perché è ‘di casa’; siamo vicini, ci guardiamo da un lato all’altro del Tevere – ha commentato – Devo dire che ho apprezzato molto le parole dell’Enciclica Laudato si’, mi sembrano estremamente attuali e moderne; parlano di cambiamenti climatici, di urbanistica come, talvolta, di uno scempio al paesaggio quando viene fatta senza rispettare le regole, dello spirito di comunità, delle persone più fragili. Devo dire che in quella enciclica c’è molto della società romana di oggi”.

Poi un passaggio sulle Olimpiadi: “I romani che fino ad oggi in campagna elettorale non mi hanno mai parlato di Olimpiadi. Se i romani mi dovessero chiedere un referendum lo valuteremo, ovviamente però esponendo tutti i pro e i contro, i costi e ricordano che proprio l’anno scorso nel 2015 noi abbiamo finito di pagare la rata annuale da 92 milioni di euro dei Mondiali di Italia ’90. Fatevi i conti e capite quanto questi eventi pesano sulle spalle dei cittadini”. “Questo è fondamentale – ha aggiunto – Nessuno vuole portare Roma a livelli non competitivi con le altre città europee, ci mancherebbe altro, ma in questo momento nel quale abbiamo un debito di 13 miliardi di euro solo sulla gestione straordinaria, credo che chiedere ai cittadini di indebitarsi per almeno altri 20, 30, 40 anni non sia etico, non sia giusto”.

Nel suo intervento all’emittente vaticana la sindaca si è soffermata molto sul tema dei rifiuti. “Un tema che stiamo attenzionando in maniera particolare. In questi giorni sono in linea diretta con il presidente Daniele Fortini (numero uno dell’Ama, ndr), perché ritengo fondamentale uscire da questa fase di pre-emergenza o quasi emergenza che a mio avviso è stata originata da una cattiva politica ed una cattiva programmazione. Quindi – ha proseguito la Raggi – adesso è fondamentale uscire da questo stato e ricominciare a programmare con una visione del ciclo dei rifiuti che si inserisca all’interno di un disegno di economia circolare che, tra l’altro, anche la stessa Enciclica riprende. Parla proprio di un’economia che non si fonda più sul consumo e sullo scarto, ma sulla possibilità dei beni, degli oggetti, delle cose di essere comunque riassorbiti all’interno di un ciclo produttivo e quindi di rientrare in circolo, magari con una forma diversa“.

Poche ore prima era stato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti a lanciare l’allarme: “Preoccupa molto la situazione dei rifiuti di Roma: le difficoltà che si stanno registrando in tutti i quartieri della città non derivano solo da eventi contingenti, come gli scioperi o gli incendi delle ultime ore, ma anche e soprattutto da una carenza strutturale di impianti di trattamento, che riguarda tutta la Regione e che è già oggetto di una prima condanna da parte dell’Europa”.
-il Fatto Quotidiano-

domenica 10 aprile 2016

Amoris Laetitia

Misericordia e integrazione: questo il nucleo dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia – La gioia dell’amore”, siglata da Papa Francesco il 19 marzo e diffusa l'8 aprile, che raccoglie i risultati dei due Sinodi sulla famiglia, svoltisi nel 2014 e nel 2015.
Quattro temi che permettono di scoprire la ricchezza dell'Esortazione di Papa Francesco.


Omosessualità
250. La Chiesa conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni. Con i Padri sinodali ho preso in considerazione la situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli. Perciò desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione» e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita.

Adozione
179. L’adozione è una via per realizzare la maternità e la paternità in un modo molto generoso, e desidero incoraggiare quanti non possono avere figli ad allargare e aprire il loro amore coniugale per accogliere coloro che sono privi di un adeguato contesto familiare. Non si pentiranno mai di essere stati generosi. Adottare è l’atto d’amore di donare una famiglia a chi non l’ha. È importante insistere affinché la legislazione possa facilitare le procedure per l’adozione, soprattutto nei casi di figli non desiderati, al fine di prevenire l’aborto o l’abbandono. Coloro che affrontano la sfida di adottare e accolgono una persona in modo incondizionato e gratuito, diventano mediazione dell’amore di Dio che afferma: «Anche se tua madre ti dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (cfr. Is 49,15).

Suoceri
198. Infine non si può dimenticare che in questa famiglia allargata vi sono anche il suocero, la suocera e tutti i parenti del coniuge. Una delicatezza propria dell’amore consiste nell’evitare di vederli come dei concorrenti, come persone pericolose, come invasori. L’unione coniugale chiede di rispettare le loro tradizioni e i loro costumi, cercare di comprendere il loro linguaggio, limitare le critiche, avere cura di loro e integrarli in qualche modo nel proprio cuore, anche quando si dovrebbe preservare la legittima autonomia e l’intimità della coppia. Questi atteggiamenti sono anche un modo squisito di esprimere la generosità della dedizione amorosa al proprio coniuge.

Lutto
255. (...) A un certo punto del lutto occorre aiutare a scoprire che quanti abbiamo perso una persona cara abbiamo ancora una missione da compiere, e che non ci fa bene voler prolungare la sofferenza, come se questa fosse un atto di ossequio. La persona amata non ha bisogno della nostra sofferenza, né le risulta lusinghiero che roviniamo la nostra vita. Nemmeno è la migliore espressione di amore ricordarla e nominarla in ogni momento, perché significa rimanere attaccati ad un passato che non esiste più, invece di amare la persona reale che ora si trova nell’al di là. La sua presenza fisica non è più possibile, ma, se la morte è qualcosa di potente, «forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). L’amore possiede un’intuizione che gli permette di ascoltare senza suoni e di vedere nell’invisibile. Questo non è immaginare la persona cara così com’era, bensì poterla accettare trasformata, come è ora. Gesù risorto, quando la sua amica Maria volle abbracciarlo con forza, le chiese di non toccarlo (cfr. Gv 20,17), per condurla a un incontro differente. (avvenire.it)

domenica 3 aprile 2016

Festa della Divina Misericordia «Un'opera di misericordia in ogni diocesi»


Ogni diocesi realizzi un'opera di misericordia. È questa l'esortazione di Papa Francesco al termine della Veglia in piazza San Pietro per la festa della Divina Misericordia. 

«Che bello sarebbe che, come ricordo di quest'Anno Santo della misericordia, in ogni diocesi venisse data vita ad un'opera strutturale di misericordia: un ospedale, una casa per anziani, per i bambini abbandonati... tante cose che si possono fare. Sarebbe bello che ogni diocesi pensasse: "cosa posso lasciare come piaga di Gesù vivente? Come ricordo?" . Parlatene con i vostri vescovi"». Così, con questa proposta concreta Papa Francesco ha concluso la sua omelia in piazza San Pietro alla veglia di preghiera per la misericordia.

La Chiesa celebra il 3 aprile la festa della Divina Misericordia, nella seconda domenica di Pasqua, voluta da San Giovanni Paolo II. Due gli appuntamenti che Papa Francesco dedica a questa festa e a quanti aderiscono alla spiritualità della Divina Misericordia: una veglia di preghiera la sera del sabato alle 18 in Piazza San Pietro e domenica mattina la Messa alle 10, sempre in Piazza San Pietro. 

Durante la Veglia, si è pregato – tra gli altri – per i cristiani perseguitati e i cristiani prigionieri della mentalità mondana, le persone abusate e sfruttate, i profughi e gli esiliati. Ancora, si invocherà la Divina Misericordia perché raggiunga i violenti, i seminatori di odio e quanti opprimono la dignità dell'uomo. Intanto, stamani, Papa Francesco ha lanciato un nuovo tweet: “Diventare misericordiosi significa imparare ad essere coraggiosi nell’amore concreto e disinteressato”. 

giovedì 24 marzo 2016

Caterina di Svezia



L'etimologia del nome «Caterina» attinge al greco «donna pura». Tale fu Catarina Ulfsdotter, meglio conosciuta come Caterina di Svezia, secondogenita degli otto figli di santa Brigida, la grande mistica svedese che ha segnato profondamente la storia, la vita e la letteratura del Paese scandinavo. Nata nel 1331, in giovanissima età Caterina sposò Edgarvon Kyren, nobile di discendenza ma soprattutto d'animo: questi non solo acconsentì al desiderio della ragazza di osservare il voto di continenza, ma si legò addirittura allo stesso voto. A 19 anni Caterina raggiunse la madre a Roma, dove partecipò alla sua intensa vita religiosa e ai suoi pellegrinaggi. Alla morte di Brigida, Caterina ne riportò in patria la salma e, nel 1375, entrò nel monastero di Vadstena. Nel 1380 venne eletta badessa; morì il 24 marzo 1381.(Avvenire)
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco
Martirologio Romano: A Vadstena in Svezia, santa Caterina, vergine: figlia di santa Brigida, data alle nozze contro il suo volere, conservò, di comune accordo con il marito, la sua verginità e, dopo la morte di lui, condusse una vita pia; pellegrina a Roma e in Terra Santa, trasferì le reliquie della madre in Svezia e le ripose nel monastero di Vadstena, dove ella stessa vestì l’abito monacale. 

Catarina Ulfsdotter, meglio conosciuta col nome di Caterina di Svezia, era la secondogenita degli otto figli di S. Brigida, la grande mistica svedese che molta influenza ebbe nella storia, nella vita e nella letteratura del suo Paese, assai più della regale compatriota Cristina, che riempì delle sue stranezze le cronache mondane della Roma rinascimentale. Anche Brigida e la figlia Caterina legarono il loro nome alla città di Roma, ma con ben altri meriti.
Caterina, nata nel 1331, in giovanissima età si era maritata con Edgarvon Kyren, nobile di discendenza e soprattutto di sentimenti, poiché acconsentì al desiderio della giovane e graziosa consorte di osservare il voto di continenza, anzi, con commovente emulazione nella pratica della cristiana virtù della castità, si legò egli stesso a questo voto. Caterina, non certo per rendere più agevole l'osservanza del voto, all'età di diciannove anni raggiunse la madre a Roma, in occasione della celebrazione dell'Anno santo. Qui la giovane apprese la notizia della morte del marito.
Da questo momento la vita delle due straordinarie sante scorre sullo stesso binario: la figlia partecipa con totale dedizione all'intensa attività religiosa di S. Brigida. Questa aveva creato in Svezia una comunità di tipo cenobitico, nella cittadina di Vadstena, per accogliervi in separati conventi di clausura uomini e donne sotto una regola di vita religiosa ispirata al modello del mistico S. Bernardo di Chiaravalle. Durante il periodo romano che si protrasse fino alla morte di S. Brigida, il 23 luglio 1373, Caterina fu costantemente accanto alla madre, nei lunghi pellegrinaggi intrapresi, spesso tra gravi pericoli, dai quali le due sante non sarebbero uscite indenni senza un intervento soprannaturale.
S.Caterina viene spesso rappresentata accanto a un cervo, che, secondo la leggenda, più volte sarebbe comparso misteriosamente per trarla in salvo. Riportata in patria la salma della madre, nel 1375 Caterina entrò nel monastero di Vadstena, di cui venne eletta badessa, nel 1380.
Era rientrata allora da Roma da un secondo soggiorno di cinque anni, per seguire da vicino il processo di beatificazione della madre, che si concluse positivamente nel 1391.
A Roma, narra una tradizione leggendaria, Caterina avrebbe prodigiosamente salvato la città dalla piena del Tevere, che aveva già abbattuto gli argini.
L'episodio è raffigurato in un dipinto conservato nella cappella a lei dedicata nell'abitazione di piazza Farnese. Papa Innocenzo VIII ne permise la solenne traslazione delle reliquie; ma sarà l'unanime e universale devozione popolare a decretarle il titolo di santa e a festeggiarla nel giorno anniversario della morte, avvenuta il 24 marzo 1381.

giovedì 3 marzo 2016

Katharine Drexel

(1858-1955) nacque a Filadelfia in una famiglia benestante cattolica, impegnata nell’aiuto ai poveri della città. Viaggiò a lungo ed ebbe occasione di rendersi conto che la vita dei nativi e dei neri era molto difficili. Nonostante l’abolizione della schiavitù, razzismo e pregiudizi non ne permettevano una reale integrazione.

Di fronte a questa realtà rispose mettendo in piedi scuole e dispensari medici per i nativi americani. Morti i genitori entrò in possesso, insieme alle due sorelle, di un’eredità notevole che utilizzò per la sua attività in facore dei poveri, con l’aiuto del vescovo del Nebraska James O’Connor. 

Nel 1887 ebbe l’incontro, ricordato da Papa Francesco nella Messa nella Cattedrale di Filadelfia, con Leone XIII, che alla richiesta di missionari da inviare in America nelle sue scuole gli rispose invitandola a diventare missionaria lei stessa. Caterina ne restò così colpita che nel 1891 prese i voti e poco dopo fondò la congregazione religiosa delle Suore del Santissimo Sacramento per gli Indiani e i Negri.

Ne seguì un’attività senza sosta che portò alla fondazione di 65 scuole in 21 stati per indiani e afroamericani. E nel 1921 organizzò anche la Xavier University a New Orleans, la prima negli stati ex confederati ad accettare studenti neri. Naturalmente ebbe a subire intimidazioni e pressioni di vario tipo dai gruppi razzisti. Ma non si fermò mai, dedicando tempo anche alle famiglie, ai poveri, ai carcerati. 

Venne proclamata santa da Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000

giovedì 25 febbraio 2016

Le sette chiese


SAN FILIPPO NERI E IL PELLEGRINAGGIO DELLE SETTE CHIESE

Così Pippo il Buono rimise la Chiesa nel cuore dei Romani


Almalinda Giacummo
Ripercorrere oggi il cammino “inventato” da san Filippo Neri non è cosa semplice: il giovedì grasso di ogni anno, a partire dal 25 febbraio 1552, i fedeli, all’inizio pochi amici poi diverse migliaia di persone, partivano alla volta delle maggiori chiese della Città Eterna, san Pietro, san Paolo, san Sebastiano, san Giovanni in Laterano, santa Croce in Gerusalemme, san Lorenzo e santa Maria Maggiore.

Ci volevano buone gambe e tanta fede per una vera processione di penitenti e san Filippo aveva scelto il periodo del Carnevale per preservare soprattutto i giovani dal peccato e dalle ricadute in esso. Poi l’itinerario prevedeva soste in mezzo alla natura: la Roma del Cinquecento in queste zone era una città con ampi spazi verdi o coltivati anche all’interno delle mura aureliane, contornata da vigne, orti, campagna incolta disseminata di monumenti antichi, di memorie. Quindi non una vera scampagnata, come si potrebbe pensare oggi. I luoghi toccati dai penitenti erano, e lo sono tutt’oggi, ricchi di ricordi storici, fonte di meditazione. Da sempre visitando antiche chiese e sepolcri di santi e martiri ci si sente più vicino ai tempi dei primi cristiani e diventa più facile pregare, la stessa fede si ravviva.

I testi seicenteschi sulle Sette Chiese ricordano che ogni tratto di questo itinerario rappresentava uno dei sette viaggi di Cristo durante la Passione, in una sorta di Via Crucis: dal cenacolo al Getsemani; dall’orto alla casa di Anna; da questa alla casa di Caifa; da lì al palazzo di Pilato; da quello di Pilato a quello di Erode; di nuovo da Erode a Pilato; e infine dal palazzo di Pilato al Calvario. L’intero percorso veniva compiuto nella stessa giornata, oppure si dedicava il primo giorno a S. Pietro e il giorno dopo alle altre. Ma si potrebbe oggi attraversare Roma, con il suo traffico caotico, cantando inni sacri e salmodiando: “Vanità di vanità – Ogni cosa è vanità. / Tutto il mondo è ciò che ha – Ogni cosa è vanità” secondo il canto attribuito a Giovanni Animuccia, uno dei primi compagni del santo? Andiamo con ordine.

Il Pellegrinaggio delle Sette Chiese cominciava il mercoledì sera originariamente dalla chiesa di san Gerolamo della Carità, poi dalla Chiesa Nuova, dove il corteo si radunava: si recitava la preghiera dei pellegrini, o Itinerarium, quindi i fedeli venivano divisi in centurie, ognuna preceduta da uno stendardo rappresentante le varie opere di misericordia. Poi si formava il corteo con davanti i Padri Cappuccini con la Croce, i giovani con i Padri dell’Oratorio di san Filippo, e le donne, il tutto inframmezzato dalle fanfare. La Chiesa Nuova fu costruita per volere di Filippo e di papa Gregorio XIII dal 1575 sulle macerie di tre chiese più antiche, una delle quali si chiamava santa Maria in Vallicella, nome riferito alla vallecola che si trovava nella zona. Durante lo scavo per le fondamenta venne poi ritrovato un muro antico (paries), utilizzato come base per tutta la costruzione e da cui deriva il nome che definisce il rione, Parione.
Passando sul ponte sant’Angelo si andava quindi a San Pietro e dopo la visita il corteo si fermava all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, dove si visitavano i malati.

L’appuntamento era per il giorno successivo: da porta Santo Spirito si procedeva per via della Lungara, si attraversavano gli Orti di Trastevere e porta Settimiana, si attraversava il Tevere all’Isola Tiberina fermandosi anche alla chiesa di San Bartolomeo. Si prendeva quindi la direzione per la Basilica di San Paolo, passando accanto al teatro di Marcello, la Rupe Tarpea, alle chiese di San Nicola in Carcere e di Santa Maria in Cosmedin, Circo Massimo, la salita del colle dell’Aventino, scendendo poi per la Via Ostiense e passando attraverso la Porta, dove ai pellegrini venivano consegnati i bollettini, foglietti di carta utilizzati per il conteggio dei partecipanti, fino ad andare ad onorare la tomba dell’Apostolo delle Genti alla basilica di San Paolo, per la seconda visita.

Si proseguiva ancora lungo l’antica via Paradisi per San Sebastiano e le sue catacombe, in cui san Filippo era solito recarsi a pregare e dove aveva ricevuto il “globo di fuoco”, lungo un percorso che a quei tempi era in aperta campagna. Su questa strada, nel 1575, durante uno dei pellegrinaggi delle Sette Chiese si incontrarono s. Filippo Neri e s. Carlo Borromeo, l’incontro è celebrato in due tondi in marmo con i ritratti dei santi su una parete della chiesetta dedicata ai santi Isidoro ed Eurosia.

Nella chiesa di San Sebastiano si celebrava la Messa e la maggior parte dei presenti prendeva parte alla comunione eucaristica. Si riprendeva la marcia e passata la porta con l’augurio di “Buona camminata Padre Filippo!” lanciato dalle guardie, si era soliti fare una sosta ricreativa, inizialmente in una proprietà della famiglia Crescenzi presso porta San Sebastiano, sostituita in seguito da una sosta in quella che oggi è villa Celimontana al Celio. Ciriaco Mattei, con grande magnanimità, aveva concesso l’apertura del suo giardino al popolo romano almeno una volta all’anno, in occasione appunto del pellegrinaggio alle Sette Chiese istituito da San Filippo Neri, i fedeli, a metà del percorso, avevano la possibilità di sostare nel “circo” di Villa Mattei e di consumare una refezione, offerta dai padri Filippini, che consisteva in una pagnotta, vino, un uovo, due fette di salame, un pezzo di formaggio e due mele per ciascuno.

La predisposizione della Villa in quella circostanza richiedeva una grossa organizzazione, arrivando ad accogliere fino a 3500 persone. Seguendo una rigida divisione per rango e ceto sociale, nel “teatro” semicircolare prendevano posto cardinali e prelati, nello “stazzo” i nobili e le persone qualificate, sul “prato” i diversi quartieri con recinti designati da biffe (paletti con i cartellini numerati): ogni quartiere aveva poi a disposizione due portinai e diciotto servitori capeggiati da un sacerdote dell’Oratorio.
Il pranzo era modesto, quasi penitenziale, ma con il passar degli anni acquistò una sempre maggiore importanza, tanto che, racconta il Belli, la sosta ricreativa, senza nulla togliere all’aspetto religioso e spirituale, costituiva una vera e propria festa, come viene ricordata tutt’ora in un’epigrafe posta a villa Celimontana.

Il pranzo era allietato dalle musiche della fanfara di Castel S. Angelo e dei trombettieri del Senato.
Una volta ripreso il cammino, passando davanti alle chiese di San Sisto Vecchio e dei S.S. Nereo ed Achilleo in Fasciolae si puntava verso San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, e da lì, dopo una sosta alla Scala Santa, si raggiungeva Santa Croce, dove sono conservate le reliquie della Passione di Cristo; poi attraverso porta Maggiore si giungeva a San Lorenzo fuori le mura, accanto al cimitero del Verano, e si venerava la tomba del diacono martire San Lorenzo.
Durante tutto il percorso le preghiere ed i canti erano intervallati da pause per la meditazione; poi al tramonto si compiva l’ultima visita a Santa Maria Maggiore, principale tempio mariano cittadino, passando la chiesa di s. Eusebio, san Vito, san Giuliano, sant’Antonio abate e santa Prassede. Dopo l’ultima devozione all’icona della Madonna “Salus populi romani”, la folla di pellegrini si scioglieva.

Il percorso univa alla dimensione devozionale e penitenziale delle preghiere, dei canti religiosi e delle visite alle catacombe e ai luoghi di martirio degli antichi cristiani, la contemplazione delle bellezze archeologiche della campagna romana. Inoltre, nonostante nel corso dei secoli in diverse occasioni siano state fatte processioni di vario genere, ed i Papi in molti casi abbiano celebrato Messa sempre in chiese diverse, la grande invenzione di san Filippo Neri fu di fare della “visita” una pratica collettiva, un momento di aggregazione spirituale e di rinnovamento interiore, nel preciso momento dell’anno in cui il carnevale tendeva a spingere fuori della vita il pensiero della penitenza e della stessa vita cristiana.

Questo personaggio mite ma forte, dolce ma indomito, degli anni del Concilio di Trento capì che la strada da percorrere era quella della vita religiosa di comunità, con una spiritualità da vivere in gruppo, momento essenziale della religiosità cattolica, in un’epoca in cui, invece, il protestantesimo sottolineava gli aspetti individuali del rapporto con Dio. La creazione della visita cadeva nel momento storico più adatto: inizialmente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche, ben presto queste capirono che si trattava di una sorgente importante di rinnovamento spirituale per la Città, e per tutti i pellegrini che ogni giorno vi giungevano da ogni parte del mondo, in seguito anche richiamati dalla fama delle “visite”.
Col passare del tempo, la visita diventò tradizione consolidata: a Roma venne integrata con l’aggiunta nel percorso delle chiese di S. Paolo alle Tre fontane, sorta sul luogo del martirio dell’Apostolo, e della SS. Annunziatella, sorta invece sul luogo di un’apparizione della Vergine e dotata di un ospedale per assistere chi veniva colto da malore durante la visita. L’idea del Santo venne esportata anche fuori della città dei papi: Gregorio XIII, su preghiera di S. Carlo Borromeo arcivescovo di Milano e contemporaneo di Filippo, estese anche alle sette principali chiese della città lombarda le stesse indulgenze delle sette basiliche romane.

Una trentina di anni dopo la prima visita del Neri, Sisto V Peretti (1585-1590) fece del pellegrinaggio alle Sette Chiese un punto di forza del suo programma di riforma della liturgia e delle devozioni romane. Il tentativo era quello di valorizzare in modo innovativo le tradizioni devozionali della città, anzitutto partecipando personalmente ad un altissimo numero di processioni e celebrazioni pubbliche. Nel suo progetto la Chiesa ed il suo capo dovevano risultare ben visibili e agire direttamente sull’immaginario e la spiritualità dei fedeli, a cominciare dal luogo, Roma, in cui si fondava lo stesso primato del pontefice. Puntando molto sulle Sette Chiese diede anche un’autorevole spiegazione del perché: come s. Giovanni nell’Apocalisse si rivolge alle Sette Chiese dell’Asia, raffigurando in esse l’unità della Chiesa universale che Dio riempie della grazia dei sette doni del suo Spirito, così a Roma si venerano Sette Chiese, in cui è raffigurata l’unità della Chiesa, nel suo capo, che è il Papa. Anche la devozione popolare delle Sette Chiese rappresentava, nelle intenzioni del pontefice, l’unità della Chiesa minacciata dalla Riforma.

Inoltre il numero sette aveva anche altri significati numerologico – religiosi: le sette effusioni del sangue di Cristo, le sette parole di Cristo in croce, i sette doni dello Spirito Santo, i sette sacramenti, le sette opere di misericordia. Questi accostamenti danno forse ad alcuni l’impressione di un gioco infantile, ma in realtà dietro ciascuna di queste invenzioni numerologiche stavano dei percorsi di meditazione, di preghiera, di riflessione: sulla Passione, sui doni di Dio alla Chiesa, per ringraziarlo, sulle opere di carità per chiedere aiuto a compierle. Allo stesso modo si poteva invocare il perdono dei sette peccati capitali e chiedere le sette virtù contrarie recitando i sette salmi penitenziali.

Con il tempo da sette, o nove, le chiese si ridussero a quattro, alle basiliche patriarcali, e dall’inizio dell’Ottocento questa devozione fu progressivamente abbandonata, anche se non se ne è estinta la memoria, tanto che “annà pe’ le Sette Chiese” è rimasto un modo di dire popolare. Nel 1870, dopo i fatti di Porta Pia la pratica venne sospesa fino alla riapertura delle relazioni politiche fra il neonato Governo Italiano e la Santa Sede. Un nuovo risveglio vi fu poi in concomitanza con la canonizzazione di Filippo Neri nel 1922.
In seguito, quindi, la consuetudine è rifiorita, ma senza quel carattere di partecipazione popolare voluto da San Filippo Neri, definito un “mistico nei panni di buffone”, quanto piuttosto di fatto personale o di piccoli gruppi di fedeli.

giovedì 11 febbraio 2016

PIO X pubblica l'enciclica Vehementer Nos è il 1906

PIO X condanna la laicità e la separazione tra Stato e Chiesa attuata in Francia, che riduce la Chiesa a semplice associazione di culto. Un breve filmato del Pontefice: Giuseppe Melchiorre Sarto è stato il 257º vescovo di Roma (1903-1914),l'ultimo a esser stato proclamato santo, nel 1954. IL FILM SULLA SUA VITA

venerdì 5 febbraio 2016

La proprietà privata della chiesa

Il grande patrimonio della S.Sede, fuori dalla Città del Vaticano, incluso nel trattato del 1929; Palazzo del S.Uffizio, P.za del Vaticano, Propaganda fide P.za di Spagna, Università Gregoriana, Villa Barberini a Castel Gandolfo, Area di S.Maria Galiera, sede di Radio Vatican(55 ettari).Gli Enti ecclesiastici sono poco più di 59.000. Posseggono circa 90.000 immobili adibiti a vari scopi; oratori,parrocchie, case generalizie, collegi, case di cura, ospedali, cliniche ecc. Un valore stimato in circa 40 miliardi, esenti da tutto, IVA, redditi sulle persone fisiche e giuridiche, compravendite ed imposta sui fabbricati. Si aggiungano a questo il patrimonio gestito dalle curie in tutta Italia che solitamente é affittato e quindi produce reddito ed i lasciti che ogni anno vanno ad aggiungersi ai 40 miliardi. Stima ad oggi tra i 15 ed i 20 miliardi. Totale patrimonio circa 60 miliardi. Poi 504 seminari, 8779 scuole di cui; 6.228 materne, 1280 elementari, 1136 secondarie, 135 universitarie , o para universitarie. – 6.105 centri di assistenza- 1853 case di cura- 1669 centri difesa familiari- 729 orfanotrofi- 534 consultori - 111 Ospedali – 674 centri “vari”. Il totale é un patrimonio globale che si aggira sui 1200/1300 miliardi.

mercoledì 3 febbraio 2016

Tantum ergo Sacramentum

Tantum ergo Sacraméntum venerémur cérnui et antícuum documéntum novo cedat rítui praestet fides suppleméntum sénsuum deféctui.



martedì 26 gennaio 2016

Santi Timoteo e Tito



Sono i collaboratori più stretti dell’apostolo Paolo. Timoteo era nato a Listra da madre giudea e padre pagano. Si era avvicinato alla comunità cristiana e, poiché aveva una buona conoscenza delle Scritture, godeva di grande stima presso i fratelli. Quando, verso l’anno 50, passò da Listra, Paolo lo fece circoncidere per rispetto verso i giudei e lo scelse come compagno di viaggio. Con Paolo Timoteo attraversò l’Asia Minore e raggiunse la Macedonia. Accompagnò poi l’apostolo ad Atene e di lì venne inviato a Tessalonica. Quindi proseguì a sua volta per Corinto e collaborò all’evangelizzazione della città sull’istmo. Tito era di famiglia greca, ancora pagana, e venne convertito dall’apostolo in uno dei suoi viaggi.
Egli viene inviato in particolare alla comunità di Corinto con lo scopo di riconciliare i cristiani di quella città con l’apostolo. Quando si reca a Gerusalemme per l’incontro con gli apostoli, Paolo porta con sé Timoteo il circonciso insieme con Tito l’incirconciso. Nei suoi due collaboratori egli riunisce simbolicamente gli uomini della legge e gli uomini dalle genti. Secondo la tradizione Paolo scrisse due lettere a Timoteo e una a Tito quando erano rispettivamente vescovi di Efeso e di Creta. Sono le uniche due lettere del Nuovo Testamento indirizzate non a comunità, ma a persone. L’apostolo, ormai anziano, si lascia finalmente andare ad annotazioni ricche di affetto verso i suoi due discepoli nella fiducia di aver messo nelle giuste mani l’annuncio del Vangelo del Signore. Secondo Benedetto XVI,Timoteo e Tito «ci insegnano a servire il Vangelo con generosità e a essere i primi nelle opere buone».

mercoledì 6 gennaio 2016

Si apre la Porta del Divino Amore

Santuario del Divino Amore: con l'Epifania arriva l'apertura della Porta Santa

La fine delle festività natalizie nel Santuario Mariano di Castel di Leva, coinciderà con l'apertura della Porta Santa. Il rituale, si terrà domenica 6 gennaio presso l’arco della Torre del Primo Miracolo. Si tratta della costruzione su cui campeggia l’antica immagine della Vergine in trono con in braccio Gesù Bambino. L'iconografia è sovrastata dalla tradizionale colomba: il simbolo dello Spirito Santo. A presiedere la cerimonia, che si svolgerà a partire dalle 10.30,  ci sarà il Cardinale vicario di Roma Agostino Vallini. Al termine del rito di apertura il cardinale varcherà la soglia con il Libro dei Vangeli e, seguito dal diacono, dai concelebranti, dai ministri, dagli Oblati Figli e Figlie della Madonna del Divino Amore e dai fedeli, guiderà la processione verso il Nuovo Santuario.
LA CELEBRAZIONE - Nel Nuovo Santuario il Cardinal Vallini presiederà la celebrazione eucaristica dell’Epifania. "Il servizio liturgico e l’animazione musicale - apprendiamo da una nota del Vicariato di Roma - saranno curati rispettivamente dai seminaristi del Seminario della Madonna del Divino Amore e dal Coro Mater Divini Amoris".

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venerdì 1 gennaio 2016

Apertura porta di Santa Maria Maggiore

Il  Papa ha aperto la Porta Santa di Santa Maria Maggiore, quarta basilica papale compresa nel programma delle cerimonie legate al Giubileo straordinario della Misericordia.  Francesco ha lasciato ai cardinali Harvey e Vallini l'apertura di due altre Porte Sante nella diocesi di Roma: quella di San Paolo fuori le mura e quella del Santuario del Divino Amore.   Nel mondo le Porte Sante di questo primo Giubileo decentrato sono diverse migliaia, considerando che oltre a quelle delle cattedrali e concattedrali, ogni vescovo può indicarne anche altre in luoghi che considera significativi. L'omelia: "La parola perdono incompresa dalla mentalità mondana" La parola "perdono", "tanto incompresa dalla mentalità mondana, indica invece il frutto proprio, originale della fede cristiana. Chi non sa perdonare non ha ancora conosciuto la pienezza dell'amore. E solo chi ama veramente è in grado di giungere fino al perdono, dimenticando l'offesa ricevuta". Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della Messa a Santa Maria Maggiore rilevando che Maria è la "Madre del perdono". "La forza del perdono è il vero antidoto - ha sottolineato Bergoglio - alla tristezza provocata dal rancore e dalla vendetta. Il perdono apre alla gioia e alla serenità perché libera l'anima dai pensieri di morte, mentre il rancore e la vendetta sobillano la mente e lacerano il cuore togliendogli il riposo e la pace". Fuori programma a conclusione della celebrazione della Messa a Santa Maria Maggiore: Papa Francesco è uscito dalla basilica per salutare i fedeli che erano fuori. "Buona sera - ha detto - questa è una bella buona serata". Chiedendo di ringraziare insieme "la Madre di Dio", il Papa ha poi augurato a tutti "un buon anno, pieno della misericordia di Dio che perdona tutto". Prima di uscire dalla basilica, si era recato nella cappella dove è esposta l'icona marina della 'Salus Populi Romani' dove si è fermato qualche istante in preghiera e ha lasciato un mazzo dei fiori. Si tratterebbe della trentesima visita del Papa a Santa Maria Maggiore. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Giubileo-Papa-apre-la-Porta-Santa-di-Santa-Maria-Maggiore-98fbef8a-b6cd-4b1d-83e8-4ca77134b983.html